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La Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni

Intervista della Radio Vaticana, domenica 09 Aprile 2017

Vocazioni sacerdotali e religiose sempre più in calo e aumento dei diaconi permanenti. È questa la fotografia a livello mondiale scattata dal nuovo Annuario statistico della Chiesa Cattolica da poco pubblicato. Uniche eccezioni positive in Africa ed Asia dove complessivamente il numero dei sacerdoti nel 2015 è aumentato del 30%. Federico Piana ne ha parlato con mons. Domenico Dal Molin, direttore dell’Ufficio pastorale delle vocazioni della Conferenza episcopale:

R. – La realtà è scoraggiante se noi andiamo a verificare la realtà europea e comprensibilmente anche dell’Oceania che, vediamo, sono le realtà più insofferenti; quella europea, poi, anche in maniera abbastanza evidente. Però, quello che in realtà rimane in ogni caso un dato importante è che la Chiesa sta dimostrando una notevole vitalità nei continenti in cui sta avendo anche un impatto nuovo a livello di persone e di conversioni, ma anche a livello di comunità cristiane che hanno una notevole vivacità e creatività nel manifestarsi. Quindi credo che comunque la Chiesa mostri che è una realtà viva, dinamica e guidata comunque della grazia dello Spirito del Signore.

D. – Secondo lei, come mai ci sono questi punti forti di criticità in Europa, negli altri continenti e non in Asia e Africa?

R. – Credo che ci sia un dato di fatto: il continente africano e il continente asiatico stanno avendo un approccio che è un po’ quello non dico delle prime Chiese della realtà cristiana, ma certamente con un entusiasmo e una modalità che fanno molto pensare a quello che era la Chiesa quando ha incominciato la sua divulgazione, la sua espansione anche nel continente europeo, a partire dalla realtà di Gerusalemme o dalle Chiese di Antiochia … Però, quello che a me sembra importante è innanzitutto vedere che queste realtà sono vive; secondo, la realtà europea risente di tanti aspetti che sono di carattere certamente culturale, certamente sociale però anche, forse, una forma di ripiegamento su di sé a livello dell’essere Chiesa che poi nel contatto con la gente – lo dico da prete italiano che ha vissuto e vive da tanti anni nella realtà con la gente: noi abbiamo una qualità di preti che è veramente alta, Papa Francesco spesso lo sottolinea, questo aspetto … Rimane però il fatto che l’impatto vocazionale, ora per motivi di denatalità o per motivi legati anche a questa criticità nelle scelte della vita che è un po’ tipica della nostra cultura, in realtà l’aspetto vocazionale sembra avere meno forza d’urto.

D. – Come si può colpire i giovani, cercare di proporre loro una vocazione affascinante? Come si può fare?

R. – Ci sono due vie che noi dovremmo ripercorrere: le abbiamo percorse, in passato, ma forse le abbiamo un po’ abbandonate. La prima è di tornare ad essere annunciatori della bellezza della vocazione. Lo si fa con la vita, prima di tutto, e lo si fa anche rivolgendo qualche appello, perché io ricordo che molti preti, in passato, lo facevano in maniera decisa, convinta, senza fare pressione. Quindi talvolta è anche una crisi di chiamanti e non solo di chiamate. Bisogna tornare ad essere convinti della bellezza della nostra scelta di vita.

Il secondo aspetto è proprio di farsi vicini, cioè quell’accompagnamento – personale, spirituale – che in fondo è anche l’obiettivo del Sinodo: i giovani, la fede e il discernimento vocazionale lo si attua passando attraverso questa prossimità, questo stare accanto da adulti, cosa che talvolta i nostri giovani non hanno proprio vicino, perché gli adulti sembrano sfuggire alla loro responsabilità. Credo che abbiamo uno spiraglio interessante su cui lavorare.

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