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Intervista. Il Pam: «La fame come strumento di guerra: si rischia una catastrofe»

Aiuto Alimentario Yemen
Sanasi D’Arpe, presidente del Pam Italia: «Il conflitto in Ucraina ha fatto aumentare i prezzi di grano, energia e trasporti. A rischio Paesi come Yemen ed Etiopia e le regioni siriane»

Autore: Paolo M. Alfieri, Fonte: AVVENIRE

«La guerra acuisce la fame e la fame viene utilizzata come strumento di guerra: si innesca un circolo vizioso che col perdurare del conflitto può soltanto aggravarsi. La guerra in Ucraina – Paese che è uno dei maggiori fornitori di grano dei nostri interventi contro l’insicurezza alimentare nel mondo – ha già fatto aumentare enormemente i prezzi del cibo, ma anche dell’energia, delle spedizioni, delle assicurazioni sui carichi. Rischiamo una crisi senza precedenti». Attraverso Avvenire a lanciare l’allarme è Vincenzo Sanasi D’Arpe, presidente della sezione italiana del Programma alimentare mondiale (Pam) dell’Onu, organizzazione tra le più attive a livello globale nella lotta alla fame e per l’adattamento ai cambiamenti climatici.

Secondo le statistiche i prezzi dei generi alimentari sono già ai massimi. Sul terreno di che livello di emergenza stiamo già parlando?
Posso offrire subito un dato. Il Pam vive di donazioni volontarie. Nel 2020 avevamo raccolto e utilizzato 8 miliardi di dollari per le nostre operazioni. Quest’anno sappiamo già che serviranno 19 miliardi di dollari per continuare ad ottemperare alla nostra missione. Ci stiamo impegnando per ridurre gli effetti a catena della guerra in Ucraina sul prezzo del cibo e all’interno della stessa Ucraina al momento riusciamo a raggiungere 1 milione di persone. Vorremmo arrivare ad almeno 3 milioni attraverso il lavoro delle ong, delle comunità locali, anche delle chiese, delle associazioni della società civile.

Molti Paesi del Nordafrica dipendono dalle importazioni di grano da Ucraina e Russia, ora bloccato, così come le organizzazioni umanitarie si servono solitamente di quel grano per i loro interventi, anche perché più a buon mercato. Quali sono le regioni più a rischio?
Paesi come Afghanistan, Etiopia e Siria sono particolarmente vulnerabili alle interruzioni delle importazioni di grano, da cui dipendono milioni di persone. Ma tanti Paesi stanno già soffrendo l’effetto combinato di conflitti e cambiamento climatico. In Medio Oriente e Nordafrica l’aumento dei prezzi di cibo ed energia significa miseria assoluta; in Libano e Yemen si prevedono criticità, e anche in Africa orientale, dove si importa tra l’altro l’84 per cento del fabbisogno di grano. Lo Yemen vive una delle peggiori crisi alimentari del mondo e oltre 16 milioni di persone soffrono la fame, con zone del Paese in cui si è già alla carestia grave.

Organismi come il Pam come ovviano alla scarsa disponibilità di grano? E quanto la speculazione aggrava la situazione in corso?
Cercheremo di recuperare le forniture nei Paesi limitrofi all’Ucraina. La speculazione certamente aggrava il quadro, anche se è difficile capire il suo impatto in percentuale. Certo è che per vaste regioni di Asia, Africa e America latina sarà il dramma. Secondo il rapporto Sofi sullo stato della sicurezza alimentare nel mondo, al ritmo attuale in Africa nel 2030 vivrà metà della popolazione mondiale cronicamente affamata. Ma anche in Asia, in termini assoluti, si contano 381 milioni di malnutriti.

L’adattamento al cambiamento climatico è un’altra delle strade da percorrere, come la state affrontando?
Gli choc climatici sono la più grande tragedia del secolo, sono ragione di fame e di conflitti. Il Pam ha investito oltre 300 milioni di dollari negli interventi relativi al cambiamento climatico. Uno dei primi obiettivi è la formazione delle comunità locali sulle coltivazioni. Ad esempio: abbiamo un programma dedicato ai piccoli agricoltori che consiste nella bonifica di centinaia di migliaia di ettari di terreno nelle aree più disagiate del mondo. Gli agricoltori vengono formati e i loro prodotti servono a fornire di generi alimentari le scuole locali, che pagano loro un compenso. Questo meccanismo innesca un circolo virtuoso cruciale. Inoltre sempre sul fronte agricolo un altro programma fondamentale è «Stop the waste»: tra i vari interventi ci siamo anche adoperati per il corretto stoccaggio di frutta e verdura in celle frigorifere, evitando così gli sprechi alimentari.

Dopo la pandemia, la guerra. Resta la grande la sfida per raggiungere i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu fissati nell’Agenda 2030…
Pochi notano che i 17 obiettivi si basano su un assunto. E cioè che l’attuale modello di sviluppo economico e sociale, se deve essere rivisto, non è ideale, non è corretto. In questo assunto ci sono anche delle assonanze con l’enciclica «Laudato si’» del Papa, che nel 2016 ha visitato sede del Pam e che fa un richiamo ad un modello che veda l’uomo nella sua interezza, nella sua dimensione e dignità al centro del processo di sviluppo economico e sociale. Per dirla in breve, sono la finanza e l’industria ad essere al servizio dell’uomo e non viceversa.

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