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Etiopia: la guerra civile che nessuno racconta

Attacco di un drone nel Tigray (Credit: thred)
Attacco di un drone nel Tigray (Credit: thred)
Restano inascoltati i numerosi appelli per un cessate il fuoco Nel Tigray oltre sedici mesi di combattimenti e devastazioni compiute lontano dal clamore dei media, esclusi dalle zone di conflitto, hanno provocato migliaia di morti, oltre due milioni di sfollati e profughi, con più di nove milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria immediata. Nel frattempo la guerra, con il suo corollario di orrori, si è estesa anche in altre regioni. Le speranze sono ora riposte nel cessate il fuoco umanitario annunciato il 24 marzo da Addis Abeba

Articolo di Giuseppe Cavallini

Fonte: Nigrizia

 

L’attenzione dei media, incentrata sul conflitto russo-ucraino, ha lasciato nel dimenticatoio l’informazione riguardo ad altrettanti conflitti di molto più lunga durata, tuttora combattuti in vari paesi africani.

In merito all’Etiopia, ad esempio, l’osservatorio per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw) ha denunciato oggi un attacco di droni compiuto il 7 gennaio scorso in Tigray, nella città di Dedebit. Il drone avrebbe sganciato tre bombe che hanno ucciso 57 persone e ferito altre dozzine, per lo più anziani, donne e bambini che dormivano in tende provvisorie, colpendo una scuola in cui si trovavano migliaia di sfollati del Tigray.

La denuncia è stata fatta dalla direttrice di Hrw per il Corno d’Africa, Laetitia Bader, che ha invitato il governo di Addis Abeba ad avviare un’indagine imparziale su questo evento che – come già successo nei mesi scorsi e più di recente con altri droni – rappresenta un vero crimine di guerra. La Bader, tra l’altro, ribadisce l’invito che tutti i governi stranieri pongano una moratoria sulla vendita di armi a tutte le parti in conflitto, visti i reiterati abusi che avvengono su base ormai quotidiana.

L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha riferito che tra il 22 novembre 2021 e il 28 febbraio 2022, il suo ufficio ha documentato che 304 persone sono morte e 373 sono rimaste ferite a causa di attacchi aerei nel Tigray. 

Sono ormai migliaia le vittime del conflitto tra l’esercito federale e i ribelli che da quasi un anno e mezzo sta devastando non solo il Tigray ma anche le regioni Amhara, Afar, Benishangul-Gumuz e Wollega. Con l’agghiacciante corollario di orrori, stupri e violenze di gruppo, compiuti su donne e bambini. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite parla di oltre due milioni di persone rifugiate o sfollate e di centinaia di migliaia ridotte alla fame.

Secondo le stime del Programma alimentare mondiale sono oltre 9 milioni coloro che necessitano immediata assistenza, con il 40% della popolazione del Tigray che a fine gennaio soffriva di una grave mancanza di cibo. In un rapporto diffuso a inizio marzo, inoltre, la Commissione etiopica per i diritti umani (Ehrc, organismo governativo) denuncia che a partire dal giugno 2021 almeno 750 civili sono rimasti uccisi nelle regioni Afar e Amhara, vittime dell’esercito di Addis Abeba, delle milizie locali e del Fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf).

Nel lungo documento si legge tra l’altro: “Le forze tigrine hanno perpetrato rapimenti e fatto scomparire persone in azioni che si possono definire crimini di guerra e crimini contro l’umanità”, al tempo stesso accusando le forze di sicurezza federale e regionale, sia in Amhara che in Afar, di altrettante detenzioni e sparizioni arbitrarie.

Sono migliaia, secondo la descrizione del rapporto, le infrastrutture (centri sanitari, ospedali, complessi scolastici, centri religiosi e strutture di servizi pubblici) distrutte, sia in Tigray che nelle altre regioni in conflitto, senza contare le centinaia di migliaia di case rase al suolo. Se da un lato è vero che il conflitto all’interno del Tigray si è andato riducendo da quando le forze tigrine sono rientrate nella regione, non si nota all’orizzonte alcun segno di una possibilità concreta che questa sanguinosa guerra civile trovi una soluzione.

Uno spiraglio di speranza arriva dalla “tregua umanitaria a tempo indefinito”, annunciata il 24 marzo da Addis Abeba per consentire il flusso degli aiuti, e alla quale il governo regionale tigrino ha risposto comunicando che “farà tutto il possibile per assicurarsi che questa cessazione delle ostilità sia un successo”.

Una risposta ai tanti appelli per un cessate il fuoco, lanciati dalla comunità internazionale, l’ultimo dei quali fatto pochi giorni fa dal direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Ghebreyesus (di origini tigrine), che alludendo anche alla crisi umanitaria provocata dalla guerra in Ucraina, aveva sottolineato che al momento nel mondo «non c’è un posto nel quale la salute di milioni di persone è minacciata come in Tigray».

Da notare inoltre, che dallo scoppio del conflitto in Tigray, si sono riaccesi gli scontri anche in altre regioni del paese, e sia Amnesty International che Human Rights Watch hanno documentato le violenze estesisi a varie zone dell’Etiopia, accusando i componenti di tutti i gruppi in conflitto di perpetrare allo stesso modo gravi abusi sulla popolazione, che hanno provocato tra l’altro centinaia di migliaia di sfollati.

Nelle zone amministrative di Metekel, Kamashi, Asosa ed East Wollega, tutte aree dell’Etiopia occidentale, violenze e combattimenti sono all’ordine del giorno. Ad esempio, secondo quanto comunicato da Alemayehu Tesfaye, amministratore della zona di East Wollega, si contano oltre 130mila sfollati interni di etnia oromo.

A provocare la violenza e i combattimenti contro le forze dell’esercito federale – secondo Alemayeu – sono vari gruppi di ribelli: il Fronte di liberazione oromo (Ola), il Movimento popolare di liberazione del Benishangul-Gumuz (Bplm) e un gruppo armato radicale amhara. Migliaia di persone fuggite dai luoghi di conflitto si sono di recente anche riversate ad Addis Abeba e nella regione Arsi, a sud della capitale. 

Tigrini e oromo nel mirino

Come è noto, a fine dicembre 2021, il parlamento aveva approvato la formazione di una Commissione per il dialogo nazionale, al fine, come dichiarato dal primo ministro Abiy Ahmed, di preparare la strada ad un nuovo consenso per ristabilire l’integrità del paese. Molti riponevano grande speranza in questa iniziativa, molti altri, invece, erano certi del suo fallimento, visto che vennero da subito esclusi dalla commissione sia il fronte tigrino (Tplf) che il Fronte di liberazione oromo, considerati dal governo movimenti terroristici. 

In effetti, fino ad ora, la commissione non ha conseguito alcun risultato concreto. Al contrario, si sono verificati altri fatti che tornano a rendere critica la possibilità di risolvere i tanti conflitti in corso. Lo scorso 7 e 8 marzo, infatti, Daniel Bekele, capo della Ehrc, ha annunciato l’arresto di un gruppo di ufficiali governativi di etnia tigrina e di altre due persone. Come comunicato dai loro avvocati, tra loro c’è Aberra Nigus, già responsabile dell’ufficio della giustizia in Tigray, e con lui un membro del partito governativo della Prosperità (Prosperity Party), un amministratore di una delle sei zone del Tigray e il vicedirettore dell’ufficio statale tigrino delle comunicazioni.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, nei mesi in cui vigeva lo stato d’emergenza introdotto in novembre e revocato il mese scorso, i civili tigrini arrestati o incarcerati sono stati almeno 15mila. Oltre 30mila quelli detenuti dopo essere stati rimpatriati dall’Arabia Saudita tra dicembre 2020 e giugno 2021, in quella che le organizzazioni per i diritti umani definiscono una sistematica “persecuzione su base etnica” in corso dallo scoppio del conflitto. 

Anche da parte di chi finora aveva cercato la mediazione nel conflitto, come l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, non si sono aggiunte dichiarazioni positive in merito alla possibile e agognata soluzione del conflitto. Instabilità e incertezza restano pertanto le condizioni in cui versa il paese.

 

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